Apportare modifiche al Codice Deontologico. Gli Psicologi Italiani si esprimono con un Referendum.



Un Codice Deontologico prescrive agli iscritti ad un Albo Professionale (cioè a coloro che esercitano una professione regolamentata) una serie di norme di comportamento a cui essi hanno il dovere di attenersi al fine di tutelare l'utenza e il decoro della professione che essi esercitano.
A breve gli Psicologi Italiani verranno invitati dal CNOP (Consiglio Nazionale Ordine Psicologi) ad esprimersi attraverso il voto al fine di aggiornare e modificare alcuni articoli del Codice Deontologico .
L'occasione del Referendum permetterà in particolare agli Psicologi di esprimere un parere su temi importanti e di incidere quindi sull'orientamento che gli Ordini Regionali dovranno tenere qualora siano ravvisati specifici comportamenti scorretti da parte di iscritti. Tre sono gli articoli oggetto del referendum: 1, 5, 21. Potete vedere direttamente dal sito del CNOP (clicca  qui) la proposta di modifica.

Perché è importante modificare e rendere più attuale l'art. 21?
L'art. 21 ha delle ripercussioni importanti sull'attività di tutela dell'utenza e della professione. In particolare permetterebbe di arginare la diffusione di pseudo-professioni, impedendo che un prezioso sapere teorico/pratico, frutto di anni di ricerca in psicologia, venga divulgato a non psicologi, cioè a persone che potrebbero di fatto utilizzare tale sapere per esercitare attività lucrative del tutto simili a ciò che per Legge è di esclusiva pertinenza dello psicologo e dello psicoterapeuta.

Anche l'attuale formulazione dell'articolo in oggetto prevede sanzioni in tal senso:
Art. 21
Lo psicologo, a salvaguardia dell'utenza e della professione, è tenuto a non insegnare l'uso di strumenti conoscitivi e di intervento riservati alla professione di psicologo, a soggetti estranei alla professione stessa, anche qualora insegni a tali soggetti discipline psicologiche. È fatto salvo l'insegnamento agli studenti del corso di laurea in psicologia, ai tirocinanti, ed agli specializzandi in materie psicologiche.

La novità sta nel suo rafforzamento:
Art. 21
L’insegnamento dell’uso di strumenti e tecniche conoscitive e di intervento riservati alla professione di psicologo a persone estranee alla professione stessa costituisce violazione deontologica grave.
Costituisce aggravante avallare con la propria opera professionale attività ingannevoli o abusive concorrendo all’attribuzione di qualifiche, attestati o inducendo a ritenersi autorizzati all’esercizio di attività caratteristiche dello psicologo.
Sono specifici della professione di psicologo tutti gli strumenti e le tecniche conoscitive e di intervento relative a processi psichici (relazionali, emotivi, cognitivi, comportamentali) basati sull’applicazione di principi, conoscenze, modelli o costrutti psicologici.
È fatto salvo l’insegnamento di tali strumenti e tecniche agli studenti dei corsi di studio universitari in psicologia e ai tirocinanti . E’ altresì fatto salvo l’insegnamento di conoscenze psicologiche.

Tale proposta di modifica si è resa necessaria dal momento che alcuni psicologi (i numeri precisi non si hanno ma si è indotti a credere che siano molti), contravvenendo ad una precisa norma del Codice Deontologico attualmente in vigore, insegnano regolarmente tecniche di intervento psicologico a persone non abilitate ad effettuare interventi di questo tipo (per intenderci con un esempio, è come se un chirurgo insegnasse tecniche chirurgiche a persone che non sono medici e le inducesse a ritenersi legittimete ad effettuare dei "piccoli interventini").
Non si tratta di una battaglia "corporativa" ma di una forma di tutela dell’utenza e al contempo di valorizzazione di una professione che ha enormi responsabilità nei confronti dell'individuo e della società e che per tale motivo il Legislatore ha regolamentato attraverso una specifica Legge.
Ricordiamo infatti che la figura dello psicologo-psicoterapeuta è disciplinata per Legge (L. 18.02.1989, n. 56 - G.U. 24.02.1989, n.46) e rientra tra le Professioni Sanitarie presenti nell'elenco Ufficiale stilato dal Ministero della Salute (vedi qui).
Lo psicologo e lo psicoterapeuta sono autorizzati e legittimati a prendere in carico individui, famiglie, gruppi, sia attraverso prestazioni erogate attraverso il SSN (Sistema Sanitario Nazionale) sia attraverso prestazioni erogate in regime privato (Libera Professione), valutare attraverso un'attività diagnostica la natura e l'entità del problema, attivarsi, in autonomia o in sinergia con altri Professionisti Sanitari (Psichiatra, Logopedista, Neurologo, altro), al fine di trovare una soluzione al problema individuato.
In tal senso la modifica dell'articolo 21 determinerebbe una maggiore tutela nei confronti dell'utenza, evitando che si affaccino sul mercato pseudo-professionisti che offrono interventi di sostegno, abilitazione e riabilitazione, quindi di cura, per problematiche psicologiche, interventi spesso mascherati da un artificioso e creativo linguaggio che tenta di dissimulare la vera natura di tali interventi. Tali atteggiamenti sarebbero incoraggiati dall'attività di "docenza" di alcuni colleghi psicologi in corsi privati (molto costosi) che incentivano attività ed esercizi abusivi, inducendo le persone che partecipano a questi corsi, a credersi legittimate a fornire prestazioni di consulenza nell'ambito della salute e del benessere psichico.

Per queste ragioni invito i colleghi ad esprimersi con il voto tenendo in considerazione l'importanza degli argomenti oggetto di questa discussione.
tag: "esercizio abusivo della professione di psicologo"






Personalità e meccanismi di difesa


"L'uso, comune a tutte le lingue europee, della parola persona per indicare l'individuo umano è, senza saperlo, pertinente: persona significa, infatti, la maschera di un attore, e in verità nessuno si fa vedere com'è; ognuno, invece, porta una maschera e recita una parte"
Arthur Schopenhauer,Parerga e paralipomena, 1851

Difendersi da cosa? Difendersi perché?
    Esistono diversi modi di stare al mondo, di interagire con esso, di vivere le proprie rappresentazioni e di rispondere agli stimoli interni ed esterni. Queste specifiche "modalità" restano largamente stabili durante tutto l'arco di vita e comunque a partire da una certa epoca in poi, caratterizzandoci nella nostra individualità. In base alle diverse teorie psicogenetiche della personalità questo processo può essere descritto e ridotto come esito di diversi fattori, ad esempio fattori ereditari, fattori culturali, come determinato dell'apprendimento, dei condizionamenti, delle relazioni, quindi più in generale dell'esperienza. La psicologia e la psicoanalisi hanno studiato e tentato di capire il rapporto che corre tra elementi esperienziali soggettivi, personalità, psicopatologia, cercando di descrivere alcuni "meccanismi" generali di funzionamento dell'apparato psichico. 
Nel lavoro di ricerca, al fine di descrivere fenomeni così complessi, siamo soliti sintetizzare determinati processi di pensiero, dinamiche inconsce o modelli di comportamento, facendo ricorso a categorie diagnostiche, utilizzate dai terapeuti ad orientamento analitico per definire i tipi di personalità, le quali si riferiscono, in maniera implicita, all'azione persistente nell'individuo di una specifica difesa o costellazione di difese: "Un'etichetta diagnostica è dunque una sorta di abbreviazione che indica il modello difensivo abituale di una persona" (1). Freud aveva utilizzato il termine "meccanismo" come per sottolineare il fatto che tali fenomeni psichici, essendo caratterizzati da una "struttura", sono suscettibili di un' indagine di tipo scientifico. La dicitura "meccanismo di difesa" compare negli scritti metapsicologici (1915) con due accezioni diverse: per designare l'insieme del processo difensivo caratteristico di una nevrosi, o per indicare l'utilizzazione difensiva di "destini pulsionali" attraverso meccanismi come rimozione e trasformazione nel suo contrario (2). Successivamente all'assunzione del modello strutturale, Freud formulerà l'ipotesi che esista "una intima connessione tra particolari forme di difesa e determinate affezioni" e ancora che "l'apparato psichico, prima della differenziazione netta tra l'Io e l'Es, prima della formazione di un Super Io, adoperi metodi di difesa diversi da quelli che usa dopo aver raggiunto questi stadi di organizzazione" (3). Il concetto di difesa si allargherà quindi non restando solo un sinonimo di rimozione: "difesa deve essere la designazione generale per tutte quelle tecniche di cui si serve l'Io nei suoi conflitti" (4). Come è noto il tema dei meccanismi di difesa è diventato centrale dopo il 1936 grazie al lavoro di Anna Freud "L'io e i meccanismi di difesa". Questo lavoro rappresenta il tentativo di descrivere la varietà, la complessità e l'estensione dei meccanismi difensivi. In continuità con il lavoro del padre, secondo l'autrice l'Io contiene complesse organizzazioni difensive inconsce che si sono sviluppate per soddisfare le esigenze del compromesso nevrotico, modi di pensare che mantengono le pulsioni rimosse al di fuori della consapevolezza (6). Come riporta Anna Freud, nell'Opera del padre è possibile individuare otto meccanismi di difesa in aggiunta alla rimozione: Introiezione, Identificazione, Proiezione, Regressione, Conversione nell' opposto, Riflessione sulla propria persona, Sublimazione, Formazione Reattiva, Isolamento e Annullamento retroattivo. Sono diverse modalità che l'Io sfrutta per difendersi nel conflitto dal «pericolo» o meglio dai suoi fantasmi. Osserviamo che in una stessa struttura (Io) si ritrovano sia la condizione di protetto che quella di proteggente, considerando inoltre che le difese vengono messe in atto in maniera involontaria, inconsapevole ed autonoma, ne deriva che tutto dipenderà dall'Io e dalle sue valutazioni (5). Con la psicologia dell'Io l'analisi acquisiva una funzione diversa, quella cioè di aiutare il paziente a raggiungere una soluzione più funzionale al contrasto tra le esigenze in conflitto delle varie istanze (in sostanza un nuovo e più funzionale compromesso nevrotico)[1].
Più in generale possiamo dire che la psiche instaura una serie di difese, facendo ricorso alle attività più diverse (ad es.: fantasie, attività intellettuale, pensiero), con l'intento di proteggersi non solo da rivendicazioni pulsionali (Es), ma da tutto ciò che è in grado di procurare angoscia (emozioni, situazioni, esigenze del Super-Io) (2).
La funzione delle difese come strumento atto a salvaguardarci dall'angoscia è descritta egregiamente dal lavoro di Melanie Klein. Questa autrice ha dato un contributo fondamentale alla comprensione delle dinamiche difensive, influenzando forse più di tanti altri, la psicoanalisi attuale. La descrizione che la Klein ci fornisce è quella di una psiche fluida, instabile (in opposizione alla mente strutturata e definitiva dell'adulto a cui si riferivano gli psicologi dell'Io), costantemente impegnata a tenere lontane le angosce psicotiche. Se per Freud ogni individuo è in lotta contro desideri bestiali, timori di punizione e sensi di colpa, per la Klein ciascuno di noi lotta contro profondi terrori di annichilimento (angoscia paranoide) e di abbandono assoluto (angoscia depressiva) e si difende facendo ricorso a specifici meccanismi di difesa (scissione, proiezione, identificazione proiettiva) i quali restano attivi come elementi caratterizzanti lo sviluppo della psiche, il suo funzionamento generale, oppure come elementi specifici e caratterizzanti di determinate condizioni patologiche (6).
Dunque le difese hanno valore auto-conservativo[2], sono largamente autonome ed involontarie, ci proteggono da elementi che rappresentano un pericolo per l'integrità dell'Io e che minacciano l'integrità del compromesso psichico raggiunto tra le diverse istanze o più in generale ci proteggono dall'angoscia. Si evince inoltre che tale processo non è dato una volta per tutte ma necessita al contrario di una gran quantità di energia per poter operare con continuità ed efficacia al fine di raggiungere il suo scopo. E' per questo motivo che all'inizio di questo lavoro, parlando di "modi di stare al mondo ed interagire con esso" ho fatto riferimento a "modalità relativamente stabili", non nel senso di "stabilità" intesa come "staticità", ma intendendo fare riferimento ad un processo attivo che dota di continuità l'agire caratterizzandolo in un preciso modo. Potremmo riferirci a questi modi di essere, pensare e agire come a "stili difensivi" e possiamo individuare quali "meccanismi difensivi prevalenti" sono maggiormente attivi.
In chiusura di questa introduzione teorica ricordiamo che attualmente, oltre ai meccanismi di difesa evidenziati dal lavoro degli psicologi dell'Io sopracitati, facciamo riferimento anche ad altre strategie difensive e in virtù del lavoro di sintesi che stiamo operando, credo sia utile  annoverarli: annullamento, controllo onnipotente, difesa maniacale, difesa ossessiva, diniego, formazione reattiva, idealizzazione, identificazione, identificazione proiettiva, identificazione con l'aggressore, intellettualizzazione, introiezione, isolamento, messa in atto, negazione, neutralizzazione, proiezione, regressione, rimozione, scissione, somatizzazione, spostamento, svalutazione, sublimazione, umorismo (7).


Tutti noi mettiamo in atto l'intera gamma delle difese psichiche a disposizione. Ma le condizioni patologiche sono caratterizzate da un ricorso "massiccio", frequente e preferenziale a determinati meccanismi. Identificarli è un passaggio fondamentale del processo diagnostico. Ciò ci permette di individuare la struttura, l'organizzazione e il funzionamento della personalità in funzione di un obiettivo psicodiagnostico e/o terapeutico. E' necessario anzitutto capirne il grado di evoluzione (difese primitive o mature) (8), un'attività che, qualora non si riveli subito così evidente (i casi più gravi sono generalmente più rapidamente inquadrabili), richiede tempo e una attenzione particolare all'interazione e al comportamento, alle relazioni, alle rappresentazioni, alle fantasie, ai contenuti espressi durante il colloquio e ai modi di trattare tali contenuti. Più facilmente, anche disponendo di poche informazioni è possibile intuire o ipotizzare quale meccanismo di difesa sottenda ad un determinato comportamento, una rappresentazione, una fantasia, una modalità relazionale o un agito espressi. 

note:

[1] Questa innovazione nella "teoria della tecnica" psicoanalitica portò ad una vera e propria deriva della psicoanalisi che si manifestò tristemente nell'attività che svolsero gli psicoanalisti negli Stati Uniti intorno agli anni 40-50, una storia poco conosciuta, forse negata o rimossa dagli stessi psicoanalisti, ma ben descritta e comunicata nel documentario "The century of the self" di Adam Curtis (2002). Il "nuovo e più funzionale" compromesso nevrotico doveva infatti essere considerato in funzione della società e della cultura all'interno delle quali veniva raggiunto. Accadde così che gli intenti degli psicoanalisti sembravano colludere con le volontà del Governo degli Stati Uniti di creare una società conformista e funzionale. Su committenza del Governo stesso, gli psicoanalisti si adoperarono quindi per ricondurre le condizioni di devianza e patologia ad una condizione "socialmente accettabile". La psicoanalisi diveniva così strumento idoneo a facilitare e concretizzare il raggiungimento di un modello conformistico di società, quel modello che gli USA stavano cercando di costruire e rafforzare attraverso una serie di iniziative culturali, economiche, politiche, propagandistiche.

[2] al pari delle risposte di attacco, fuga o freezing in reazione a stimoli emotigeni avversivi esterni.


Articolo a cura di Stefano Giannini


Riferimenti bibliografici:

1 - Nancy McWilliams, La diagnosi psicoanalitica, 1994 - Astrolabio
2 - J. Laplanche e J.-B. Ponyalis,  Enciclopedia della psicoanalisi, 1967 - Editori Laterza
3 - Freud S., Metapsicologia, 1915
4 - Freud S. Inibizione, sintomo e angoscia, 1926
5 - Antonino Lo Coscio, "Considerazioni sui meccanismi di difesa" - Conferenza tenuta nel novembre 1973 presso il Centro Orientamento Scolastico Professionale del Consorzio Provinciale Istruzione Tecnica di Udine.
6 - Mitchell, Black, L'esperienza della psicoanalisi. Storia del pensiero psicoanalitico moderno, 1996 - Bollati Boringhieri
7 - Umberto Galimberti, Dizionario di Psicologia, 1999  - Garzanti
8 - Kernberg O.F., "L'intervista strutturale", 1981 -


personalità paranoide, narcisismo e psicopatia: identikit di un pericolo sociale diffuso


Molte persone sono vittime di molestie. In diversi contesti della vita sociale e relazionale emergono quotidianamente storie di piccole e grandi violenze psicologiche, ripetute nel tempo, che spesso sfociano in vera e propria violenza fisica verso cose e persone. Oggi, attraverso i media, abbiamo tutti preso confidenza con il termine "stalking", un' etichetta che però rischia di imbrigliare la figura del molestatore seriale (stalker) in una rappresentazione sociale stereotipata: una persona, spesso di sesso maschile, che tartassa l' ex fidanzata o personaggi dello spettacolo con telefonate, pedinamenti, minacce, ecc. In realtà questa è solo una delle possibili situazioni in cui determinati soggetti, con uno specifico assetto di personalità patologica, hanno modo di agire la psicopatologia insita in loro. 
Sostituiamo dunque il termine stalker o molestatore seriale con il termine "paranoico". Di lui diremo anzitutto che non agisce soltanto all'interno della relazione di coppia ma nei più disparati contesti (lavoro, scuola, vicinato, ecc..). Chiunque è potenzialmente soggetto ad essere assunto come oggetto della paranoia del paranoico. In questo post andremo ad analizzare in profondità il carattere e la personalità del paranoico cercando di tracciarne un profilo utile ad identificarlo. Come risulterà chiaro leggendo, lo stalker è sicuramente un paranoico, ma non tutti i paranoici sono automaticamente degli stalker. 

La personalità paranoide
Caratteristica essenziale di questa particolare organizzazione della personalità è la tendenza abituale a proiettare sugli altri le qualità personali considerate negative. In questo modo gli attributi non riconosciuti come propri vengono di conseguenza percepiti come minacce esterne. Questo processo può essere accompagnato da un senso di sé coscientemente megalomanico.
Questa organizzazione di personalità si sviluppa su un continuum di gravità che va dal livello psicotico a quello normale, cosicché troviamo persone paranoiche "più sane" ed altre "più malate". Detto in termini più idonei, un carattere paranoide può essere associato a qualunque livello di forza dell'Io, integrazione dell'identità, esame di realtà e relazioni oggettuali. 
Posto che i casi più gravi sono facilmente identificabili (pensiamo ad esempio ai casi di soggetti il cui oggetto di paranoia è la minaccia aliena o una cospirazione internazionale posta ai loro danni..), ci concentreremo sui casi di paranoia non psicotica. E' statisticamente provato infatti che la pericolosità sociale deriva più da quest'ultima categoria di soggetti. Questo per una serie di ragioni: anzitutto disponendo di maggiori capacità relazionali sono difficilmente identificabili da subito come soggetti patologici agli occhi di un profano, inoltre conservando parte delle capacità intellettive sono in grado di simulare e dissimulare così da presentarsi spesso essi stessi come vittime agli occhi degli altri. 

Pulsione, affettività e temperamento nelle personalità paranoidi
Poiché il paranoico pone al di fuori di sé la fonte della propria sofferenza, ciò li rende più pericolosi per gli altri che non per se stessi. Ciò nonostante è possibile il suicidio anche se meno frequente rispetto ad altre forme di organizzazione di personalità. Il vittimismo patologico che li pervade in qualche modo li salvaguarda dal compiere questo gesto.
Persone con questo tipo di carattere mostrano un elevato grado di irritabilità, aggressività e atteggiamenti minacciosi. E' possibile che questi tratti siano presenti fin da bambino e che il soggetto li rifiuti in quanto risulta impossibile integrarli in un senso di sé positivo. Le risposte  negative delle figure di accudimento a questi atteggiamenti possono rinforzare l'ideazione persecutoria che sia il mondo esterno ad avercela con lui, trasformando l'idea in uno "stile percettivo" costante per il resto dell'esistenza. Ci occuperemo in seguito delle esperienze che possono contribuire alla "nascita" di un paranoico durante le fasi di sviluppo.
A livello affettivo il paranoico non è solo alle prese con rabbia, risentimento, desiderio di vendetta, e altri sentimenti ancora più ostili, ma soffre anche di paure soverchianti. Secondo alcuni autori la condizione paranoide è identificabile come una combinazione di paura e vergogna (Tomkins, 1963).  Il modo tipico del paranoico di volgere lo sguardo a sinistra in basso, è infatti un compromesso tra la direzione orizzontale a sinistra, specifica dell'affetto di paura pura, e la direzione verso il basso propria della vergogna (Tomkins, 1972). Il paranoico controlla ogni interazione umana con estrema vigilanza e diffidenza, come abbiamo detto vive infatti nel terrore di essere danneggiato. Le piccole aperture che il paranoico attua verso gli altri e verso il mondo esterno hanno la sola funzione, in seguito, di confermare in lui l'ideazione persecutoria che gli altri ce l'hanno con lui e lo vogliono danneggiare. Ciò avviene perché automaticamente si attivano in lui quei processi proiettivi di cui non può fare a meno, necessari a salvaguardare la sua integrità. 
Se ci fermiamo un attimo a riflettere deve essere veramente "estenuante" vivere per un paranoico. Tutta la sua esistenza è assorbita dal tentativo di mantenere in piedi questo assetto difensivo che qualora collassasse lo renderebbe preda delle sue vere e più intime angosce. Anche in questo caso quindi, come in molti altri disturbi mentali, la patologia insorge per permettere al soggetto di sopravvivere. In realtà nei paranoici altamente funzionanti è possibile che in alcuni momenti si abbia consapevolezza di sé e del proprio disturbo e può sorgere per alcuni periodi una depressione reattiva con ideazione suicidaria in quanto in questi momenti l'aggressività non può più essere rivolta verso gli oggetti esterni che perdono momentaneamente il loro carattere persecutorio, l'aggressività può dunque essere rivolta contro se stessi. In questi momenti il paranoico sa di aver costruito egli stesso l'oggetto persecutorio. Il più delle volte però le difese  che caratterizzano il suo funzionamento psichico intervengono massicciamente per ristabilire l' "equilibrio" precedente. Svanisce così quindi forse l'unico momento di "lucidità" possibile e torna ad essere posto in essere il teatrino paranoico. 
Per quanto riguarda la vergogna, questo affetto rappresenta una grande minaccia per i paranoici, come per i narcisisti (spesso i paranoici hanno anche spiccati tratti narcisisti) ma il pericolo viene percepito in modo diverso dai due tipi di personalità. La personalità narcisista, anche del tipo più arrogante, è soggetta a sentimenti coscienti di vergogna se viene smascherata in certi aspetti. Ogni sua energia viene convogliata nel tentativo di impressionare gli altri in modo che non possano percepire il sé svalutato. Il paranoico ricorre invece in maniera talmente massiccia al diniego e alla proiezione che nel Sé non rimane alcun sentimento accessibile di vergogna. A questo livello emergono anche quei tratti megalomanici che in qualche modo fanno di alcuni paranoici anche dei narcisisti patologici. Il paranoico spende le proprie energie per sventare i tentativi di coloro che, a suo avviso, hanno intenzione di umiliarlo e svergognarlo. La motivazione profonda che muove queste dinamiche intrapsichiche è la paura della malevolenza degli altri. L'attenzione del paranoico è quindi rivolta alle motivazioni degli altri e non alla natura del Sé. Come i narcisisti (ma abbiamo detto che spesso convivono questi tratti) i paranoici sono anche estremamente suscettibili di provare invidia, ma a differenza dei primi se ne difendono con la proiezione ("sono gli altri che mi invidiano"). Questa differenza è in parte spiegabile con il grado di rabbia che devono gestire: risentimento e gelosia, talvolta di intensità delirante, oscurano la loro vita. 
Infine, i paranoici sono profondamente oppressi dal senso di colpa, un sentimento che non viene riconosciuto ed è proiettato allo stesso modo della vergogna. In seguito valuteremo le ragioni per cui si sentono profondamente malvagi. Il peso intollerabile del senso di colpa rende il paziente paranoico difficile da curare: egli vive nel terrore che nel momento in cui il terapeuta riuscirà a conoscerlo davvero, resterà profondamente colpito dai suoi peccati e dalla sua depravazione e lo rifiuterà o punirà per i suoi crimini (l'avversione per la Chiesa e per la confessione può essere caratteristica, anche se ovviamente non specifica, di questi soggetti). Il paranoico è dunque cronicamente impegnato ad evitare questa umiliazione trasformando qualsiasi senso di colpevolezza all'interno di sé in un pericolo che lo minaccia dall'esterno. Si aspetta inconsciamente di essere scoperto e trasforma tale paura nello sforzo continuo ed estenuante di smascherare il "vero " o i "veri" intenti malvagi che stanno dietro al comportamento di chiunque altro nei suoi confronti. 
Per le stesse ragioni il paranoico è incapace di stabilire relazioni affettive stabili se non nel caso in cui si venga a costituire una "coppia patologica" dove le caratteristiche patologiche individuali del partner vengono ad incastrarsi, in un equilibrio estremamente precario, con quelle del soggetto paranoico. Il partner del soggetto paranoico ha la sola funzione di rimandargli una immagine di sé grandioso, di farlo sentire come soggetto degno di attenzione e di ammirazione. Come il narcisista, ricorre massicciamente alla manipolazione dell'altro e spesso nutre un profondo disprezzo per il partner, che gli è necessario per avere una conferma esterna al suo senso di grandiosità, per soddisfare il suo bisogno di essere accettato e ammirato. Il partner non è solo funzionale a tali bisogni narcisistici, esso diventa presto anche ricettacolo degli agiti paranoici. Le testimonianze di persone (per la maggior parte donne) che hanno vissuto l'incubo di vivere per un periodo di tempo una relazione con un paranoico raccontano storie di ripetute e continue pressioni psicologiche sfociate spesso in violenza psicologica e fisica. Il partner del paranoico è spesso una persona sottomessa e dipendente, manipolabile e incapace di assertività. L'aggressività che il paranoico è incapace di rivolgere contro se stesso viene facilmente convogliata verso il partner, percepito come il polo debole della coppia, che subisce in silenzio anche per anni le vessazioni del paranoico. 

Alcuni soggetti paranoici possono agire anche atteggiamenti tipici della personalità psicopatica (antisociale). Possono saper leggere con accuratezza gli stati emotivi delle altre persone e trovare un godimento nel manipolarle, nel prendersi gioco delle Istituzioni, trarre piacere dall'ingannare gli altri (Bursten, 1973). Sono inclini alla menzogna e a giustificare ogni loro azione come conseguenza di un'azione malevola esterna. In tal senso si possono distinguere soggetti aggressivi e soggetti passivo-parassitari, che usano mezzi diversi per perseguire i propri obiettivi personali. I primi sono più inclini ad esprimere violenza manifesta, a sfidare frontalmente le autorità e ad infrangere senza timore regole e norme sociali, i secondi rappresentano invece la versione "vigliacca" del sociopatico, la cui paura impedisce azioni frontali dirette, e li rende maggiormente inclini ad approfittarsi degli altri in maniera subdola e a cercare profitto attraverso la truffa e il raggiro. In entrambi i casi le azioni sono giustificate, dal loro punto di vista, da una morale auto-riferita o di ordine superiore. Alcuni paranoici vivono il desiderio di rivendicazione sotto forma di querulomania (tendenza patologica ad avanzare rivendicazioni continue e per lo più non fondate attraverso denunce e querele) fondata sul convincimento di essere vittima di un’ingiustizia e motivata dal desiderio di ricercare un risarcimento per via legale ad ogni costo (alcuni ricorrono addirittura a simulare torti subiti attraverso danni auto-provocati oppure attraverso comportamenti antisociali sperano nella reazione dell'altro. In questa tipologia ci sono molti aspetti riconducibili al delirio di persecuzione, soprattutto per la componente dell’autocentrismo).

Il paranoico vive di fatto un isolamento affettivo, intrattenendo poche relazioni sociali, in genere funzionali alla sua sopravvivenza psichica (o dovute a contingenze pratiche), ma nella ideazione possono sentirsi meno isolati di quanto sono perché pensano di appartenere ad un gruppo o ad una comunità ideale ritenuti speciali e moralmente superiori (possono pensare di essere più civili, più colti, più intelligenti, moralmente retti ed elevati rispetto agli altri). Il problema dell'Identità è importante nel paranoico. Il soggetto paranoico con tratti narcisistici aspira a ricoprire un ruolo rilevante e socialmente riconosciuto nella comunità, ma tale desiderio irrealistico una volta deluso dalla realtà, lo porta a credere ancora una volta di essere vittima della società che per invidia o incapacità non sa riconoscere il suo genio. E' quindi incapace di riconoscere il suo fallimento.


Processi difensivi e processi adattivi nella paranoia
Abbiamo detto che per definizione la paranoia è il meccanismo di difesa dominante nella psicologia del paranoico. A seconda della forza dell'Io e dell'intensità del disagio, può trattarsi di un livello psicotico, borderline o nevrotico di proiezione.

Il paranoico schizofrenico (psicotico) proietta aspetti disturbanti del sé e li considera assolutamente esterni a prescindere da quanto tali convinzioni possano apparire folli agli altri. I soggetti così gravi non trovano altro modo per far coincidere le proprie percezioni e ideazioni deliranti, se non quello di convincersi di essere l'unica persona al mondo che si rende conto della minaccia. 

Nei soggetti borderline invece, dove per definizione l'esame di realtà è conservato, i paranoici proiettano gli atteggiamenti rifiutati in maniera da costringere gli altri e soprattutto le persone che ne sono oggetto a percepire tali atteggiamenti. Ci stiamo riferendo ad un processo difensivo più fine della semplice proiezione, cioè all'identificazione proiettiva: la persona cerca di liberarsi di certi sentimenti, ma mantiene per essi una qualche empatia e deve rassicurarsi del loro carattere realistico. Il paranoide borderline fa in modo che le proprie proiezioni "si adattino" al bersaglio proiettivo. 

Il paranoico di livello nevrotico proietta le problematiche interne ma una parte osservante del sé alla fine riuscirà, all'interno di una relazione affidabile come quella con il terapeuta, a riconoscere come proiezioni i contenuti mentali esteriorizzati.

Le relazioni oggettuali nella paranoia
L'esperienza clinica induce a pensare che i bambini che diventano adulti paranoici hanno sofferto gravi ferite nel senso della propria competenza. Hanno fatto ripetute esperienze di sopraffazione e umiliazione. Incontriamo spesso critiche, punizioni pretestuose, adulti difficili da accontentare e pesanti mortificazioni. Inoltre a volte il bambino impara con l'esempio trovandosi ad osservare atteggiamenti di sospetto e rimprovero in genitori che, in maniera paradossale, tenuto conto dei maltrattamenti di cui fanno oggetto il figlio, e delle realtà più benevole della scuola e della società, comunicano che le uniche persone di cui ci si possa fidare sono i membri della famiglia. I paranoici borderline e psicotici provengono in genere da famiglie che erano inclini alle critiche e allo scherno, o dove il figlio era usato come capro espiatorio, era il bersaglio della proiezione familiare di tutte le qualità odiate in particolare di quelle riferibili alla categoria della "debolezza".
Un altro fattore che contribuisce all'organizzazione paranoide è la presenza di un'angoscia non affrontabile, non necessariamente di tipo paranoide, di una figura genitoriale primaria. 
A causa della loro inclinazione a problemi di potere e all'acting-out, molti paranoici, come abbiamo detto sopra, presentano alcune caratteristiche in comune con gli psicopatici. Ma per quanto abbiano sentito persecutorie o inadeguate le figure di accudimento dell'infanzia, nelle prime fasi della loro esistenza non sono del tutto mancate la presenza coerente e la disponibilità necessarie a presevare un senso di sollecitudine. 

Il Sé paranoide
La principale polarità nella rappresentazione di sé del paranoico è costituita da un'immagine di sé impotente e umiliata in contrasto con un'immagine onnipotente, vendicativa e trionfante. La tensione tra queste due immagini pervade il loro mondo soggettivo. Sfortunatamente nessuna delle due posizioni offre un qualche sollievo: il terrore della sopraffazione e del disprezzo si associa al lato debole della polarità, mentre il lato "forte" ha in sé l'inevitabile effetto collaterale del potere psicologico, che è una colpa insopportabile. 
Il lato debole di questa polarità è evidente nel grado di paura in cui vivono cronicamente i paranoici. Non si sentono mai completamente al sicuro e spendono una grande quantità di energia emotiva a scrutare l'ambiente alla ricerca di pericoli. 
Il lato grandioso si manifesta sotto forma di autoriferimento: tutto ciò che accade li riguarda in qualche modo personalmente. 
La magalomania, inconscia o manifesta, opprime la persona paranoica con un senso di colpa insopportabile: "se sono onnipotente allora tutte le cose terribili sono colpa mia, non degli altri". 
Infine un problema complesso per molti paranoici è la combinazione di confusione dell'identità sessuale, desiderio di intimità con persone dello stesso sesso e relativi timori di omosessualità. Studi empirici confermano una connessione tra paranoia e preoccupazioni omosessuali (Aronson, 1964). I paranoici, anche quella minoranza che ha messo in atto i sentimenti omoerotici, possono considerare estremamente disturbante l'idea di un'attrazione omosessuale. Nel nucleo dell'esperienza di sé del paranoico c'è un profondo isolamento emotivo, e un bisogno di quella che Sullivan (1953) definì "conferma consensuale" da parte di un vero "amico".
I paranoici tentano in primo luogo di aumentare la propria autostima attraverso l'esercizio efficace di potere contro le autorità e altre persone importanti. Esperienze di vendetta e trionfo danno loro un senso confortante (anche se passeggero) di sicurezza e rettitudine morale. La litigiosità degli individui paranoici deriva da questo bisogno di sfidare e sconfiggere il genitore persecutore

Fonti: 
- La diagnosi psicoanalitica - Nancy McWilliams - Astrolabio
- Manuale Diagnostico Psicodinamico - PDM - Raffaello Cortina 

Elogio dell'inconscio

 riflessioni psicoanalitiche..

dentro di noi abita un "Altro", uno sconosciuto. Questo "Altro" è escluso dal pensiero, estraneo all'identità, eppure ci abita. Se pensiamo a noi stessi, l'Altro che abita in noi viene sistematicamente escluso, salvaguardando in tal modo l'immagine ideale che abbiamo di noi stessi. Questo Altro è inconscio.. o meglio è l' "Inconscio". Contiene le parti più scabrose e divergenti rispetto a quell'immagine ideale che abbiamo di noi stessi, necessaria a soddisfare il nostro narcisismo. L'individuo e quindi la società escludono il soggetto poiché escludono ciò che appare estraneo ad essi. Si innesca un processo paranoico dove tutto ciò che ci è estraneo viene proiettato all'esterno. "La proiezione paranoica non tollera di fare i conti con lo straniero che abita in noi" scrive Massimo Recalcati in Elogio dell'inconscio (Mondadori). La psicoanalisi dunque impone e oppone un'etica dove l'introiezione e la soggettivazione si sostituiscono alla proiezione, interrompendo il pensiero paranoico che esteriorizza l'Altro che ci abita in un "Altro" maligno al di fuori di noi. La psicoanalisi spinge affinché il soggetto assuma la responsabilità di quelle parti del sé che vede nell'Altro come qualcosa di estraneo al sé. 


Lettura consigliata:
Elogio dell'inconscio - Dodici argomenti in difesa della psicoanalisi - di Massimo Recalcati - editore: Bruno Mondadori, 2007

Freud Opere Vol.VIII

Propongo la lettura di alcuni concetti psicoanalitici fondamentali tratti dall'Opera di Freud.

SIGMUND FREUD
OPERE volume VIII
1915 – 1917
Introduzione alla psicoanalisi

   
Lezione 57
La Traslazione
Come Freud è solito fare in questa serie di Lezioni, viene affrontato l’argomento principale solo dopo una lunga introduzione teorica che spesso assume i caratteri di una analisi storiografica. Anche in questo caso, per parlare del fenomeno della traslazione, Freud rivisita il percorso che lo ha portato ad operare secondo una certa tecnica, quella psicoanalitica, e spiega i principi pratici e teorici alla base delle sue scelte operative. In tal modo Freud ha preparato l’auditorio ad accogliere il “fatto nuovo” avendo ben definito lo sfondo teorico: «Tornando ai nostri isterici e nevrotici ossessivi, ci imbattiamo presto in un secondo fatto, al quale non eravamo in alcun modo preparati.» (pag. 588). L’autore afferma quindi che con il procedere dell’analisi non si può fare a meno di notare che i pazienti si comportano verso di noi terapeuti in maniera “particolarissima”, mossi sotto la spinta di una forza pulsionale che entra in gioco a tutti gli effetti nell’analisi. Questo nuovo elemento “inaspettato” non era stato calcolato nella razionalizzazione della relazione clinica che egli aveva operato fino a quel tempo. Ma in cosa consiste secondo Freud questo “fatto nuovo”? Il paziente, ci dice, invece di cercare la via d’uscita ai suoi conflitti, comincia ad interessarsi alla persona del medico. I rapporti subiscono di conseguenza una modificazione: all’inizio questi assumono una forma molto piacevole, ma ad un certo punto l’idillio finisce e subentrano presto delle difficoltà nel trattamento: il paziente afferma che non gli viene più in mente nulla. Il paziente non si attiene alla prescrizione usata dal medico di dire tutto ciò che gli viene in mente e di non aver conto di alcuna remora critica. E’ assorbito da qualcosa che vuol tenere per sé. Ci si trova insomma di fronte ad una forte resistenza. E’ accaduto che il paziente ha trasferito sul medico intensi sentimenti di tenerezza non giustificati dal comportamento del medico. La forma in cui si esprime tale tenerezza dipende dalla situazione e dalla tipologia di paziente: qualora si tratti di una giovane donna o un giovane uomo sembra trovarsi di fronte ad un normale innamoramento. Freud definisce questo “nuovo fatto” come “traslazione”. Freud presume che non essendo giustificata dalla situazione, tale traslazione di sentimenti sulla figura del medico abbia un’altra origine e d esista già pronta nel paziente e che venga trasferita sul medico in occasione del trattamento analitico. Questa può comparire quindi come appassionata richiesta d’amore o in forme più moderate, ad esempio come rispetto per l’uomo anziano, o altro. Il desiderio libidico può mitigarsi nella proposta di una amicizia indissolubile con caratteri non sensuali. Freud afferma che alcune donne riescono a sublimare la traslazione e a modellarla fino a farle acquistare una sorta di compatibilità. altre devono esprimerla nella sua forma grezza e impossibile. Ma in fondo si tratta sempre della stessa cosa.
Per quanto riguarda i pazienti maschi, Freud afferma che le cose non vanno molto diversamente che con le donne. Lo stesso attaccamento ala medico, la stessa sopravalutazione delle sue qualità e capacità, lo stesso assorbimento nei suoi interessi, la stessa gelosia verso tutti quelli che gli stanno vicino. In tali casi le forme sublimate sono più frequenti e la richiesta sessuale diretta più rara. Inoltre nel rapporto tra medico uomo e paziente uomo si osserva più frequentemente una forma particolare di trasfert: la traslazione ostile o negativa.
I sentimenti ostili fanno comparsa più tardi di quelli affettuosi e anzi seguono spesso questi ultimi. Qui Freud sottolinea un fatto di notevole importanza: nella loro presenza simultanea, essi rispecchiano bene l’ambivalenza emotiva che domina la maggior parte dei nostri rapporti intimi con gli altri esseri umani. I sentimenti ostili indicano quindi un legame emotivo quanto quelli affettuosi, così come un atteggiamento di sfida indica dipendenza allo stesso modo dell’obbedienza, pur essendo di segno opposto.
Ma come affrontare la traslazione? E’ ovvio secondo Freud che non dobbiamo cedere alle richieste del paziente ma sarebbe assurdo respingerle in modo scortese e indignato. Noi superiamo la traslazione, afferma, dimostrando all’ammalato che i suoi sentimenti non derivano dalla situazione presente e non sono destinati alla figura del medico, bensì ripetono qualcosa che in lui è già accaduto precedentemente. In tal modo si costringe il paziente a trasformare la sua ripetizione in ricordo. Succede allora che la traslazione, che sembrava costituire la più forte minaccia per la cura, ne diventa il migliore strumento.
Qui si inserisce un punto di estrema importanza che rappresenta forse qualcosa da tenere sempre a mente nel lavoro di psicoterapeuta: la malattia del paziente che prendiamo in analisi, non è qualcosa di concluso, di cristallizzato, ma qualcosa che continua a crescere, Freud dice come “un essere vivente”. L’inizio della cura quindi non pone fine a questo sviluppo ma, appena la cura si è impadronita del malato, l’intera produzione si riversa su un solo punto, ossia sul rapporto col medico. Ma dal momento in cui la traslazione assume questa rilevanza nell’analisi, il lavoro sui ricordi dell’ammalato passa in secondo piano. Da questo momento in poi si avrà a che fare non più con la precedente malattia bensì con una nevrosi di nuova formazione e profondamente trasformata che sostituisce la prima. In tale nuova edizione della vecchia malattia tutti i sintomi del paziente hanno abbandonato il loro significato originario e hanno assunto un nuovo senso in rapporto con la traslazione. Curare questa nuova artificiale malattia significa quindi anche curare la malattia portata nella cura. L’importanza della traslazione nelle isterie, nelle isterie d’angoscia e nelle nevrosi ossessive è tale che risulta fondamentale per la loro cura. Per tale motivo tali forme nevrotiche vengono raggruppate da Freud nella stessa categoria “nevrosi di traslazione”.

  
Lezione 28
La terapia analitica
Perché non ci serviamo delle suggestione diretta dal momento che è stato affermato che la nostra influenza come terapeuti è basata essenzialmente sulla traslazione, ossia sulla suggestione?
Freud spiega che suggestione diretta significa suggestione rivolta contro i sintomi e la loro manifestazione come fosse una lotta tra l’autorità del medico e i motivi della malattia. Ma così facendo non ci si occupa di quei motivi e si pretende che il malato reprima le manifestazioni dei sintomi. Freud spiega dunque la sua esperienza con l’ipnosi e la collaborazione con Bernheim (pag.596). Egli esercitò inizialmente l’ipnosi come suggestione inibitoria e successivamente combinata con il metodo breueriano di esplorazione del paziente. Tale metodo appariva certamente più rapido dell’attuale metodo analitico, e non comportava affaticamento né inconvenienti per il paziente. Ma il procedimento non era sicuro sotto nessun profilo. Non poteva essere applicato a chiunque, inoltre con alcuni si otteneva tantissimo mentre con altri nulla o pochissimo, e non si poteva mai determinare il perché. Ma la cosa più importante è che i risultati non duravano a lungo. Il paziente ripresentava i sintomi o li sostituiva con dei nuovi.
Alla luce dell’esperienza maturata negli anni successivi Freud spiega quindi la differenza tra suggestione ipnotica e quella psicoanalitica nel seguente modo: la terapia ipnotica cerca di ricoprire e mascherare qualcosa nella vita psichica, quella analitica di mettere allo scoperto e di allontanare qualcosa. La prima opera come una cosmesi, la seconda come una chirurgia. La prima utilizza la suggestione per proibire i sintomi, rafforza le rimozioni, ma per il resto lascia immutati tutti i processi che hanno condotto alla formazione dei sintomi. La terapia analitica penetra molto di più alle radici, la dove sono i conflitti dai quali sono scaturiti i sintomi, e si serve della suggestione per modificare l’esito di questi conflitti. La terapia ipnotica lascia il paziente inattivo e immutato e perciò anche, ugualmente, privo di resistenza di fronte ad ogni nuova occasione di ammalarsi. E’ un lavoro pesante sia per il paziente che per il medico messo in atto con lo scopo di abolire le resistenze interne. Con il superamento di queste resistenze la vita psichica del malato viene mutata permanentemente, elevata a un grado superiore di sviluppo, e preservata da nuove possibilità di malattia. Questo lavoro di superamento è la funzione essenziale della cura analitica; il malato deve compierlo e il medico glielo rende possibile con l’aiuto della suggestione, operante nel senso di una educazione. Per questo motivo il trattamento analitico è anche detto di post-educazione.
Per concludere il quadro del meccanismo della guarigione attraverso l’analisi, Freud spiega che il nevrotico è incapace di godere e di agire; incapace di godere perché la sua libido non è rivolta verso alcun oggetto reale, è incapace di agire perché deve spendere gran parte della propria energia per mantenere rimossa la libido e premunirsi contro il suo assalto. Egli guarirebbe se il conflitto fra il suo Io e la sua libido avesse termine, e il suo Io tornasse a disporre della sua libido. Il compito terapeutico consiste allora nello sciogliere la libido dai suoi legami attuali sottratti all’Io e nell’asservirla di nuovo all’Io. Ma dove si è cacciata la libido nel nevrotico? E’ legata ai sintomi che le garantiscono l’unico soddisfacimento sostitutivo al momento. Si deve quindi diventare padroni dei sintomi, risolverli. Per far questo si deve risalire fino alla loro origine, rinnovare il conflitto dal quale sono scaturiti e con l’aiuto delle forze che prima non erano disponibili indirizzarlo verso un nuovo diverso sbocco. Grande importanza rivestono quindi le tracce mnestiche, ma la parte decisiva del lavoro consiste nel ricreare nella traslazione una nuova edizione di quei vecchi conflitti in relazione ai quali il paziente vorrebbe comportarsi come si è comportato a suo tempo. Noi lo convinciamo a decidersi altrimenti chiamando a raccolta tutte le forze psichiche a lui disponibili. Tutta la libido viene concentrata sul rapporto con l’analista e quindi i sintomi vengono spogliati della libido. Al posto della malattia subentra quella artificiale della traslazione. L’unico oggetto diventa la figura del medico. Quando poi la libido viene portata a staccarsi da questo oggetto essa non torna ad investire i sintomi ma resta a disposizione dell’Io. Il lavoro terapeutico si compone dunque in due fasi: la prima tutta quanta la libido viene tolta ai sintomi e spinta nella traslazione; nella seconda viene condotta la lotta intorno a questo nuovo oggetto, finché la libido non viene liberata da esso. Il mutamento che determina l’esito favorevole, è in questo rinnovato conflitto, l’esclusione della rimozione , per cui la libido non può più sottrarsi all’Io con la fuga nell’inconscio. Attraverso il lavoro interpretativo, che trasforma ciò che inconscio in conscio, l’Io viene ingrandito a scapito dell’inconscio. Attraverso l’insegnamento, viene reso conciliante verso la libido e incline a concederle qualche soddisfacimento, e il suo orrore di fronte alle richieste della libido viene ridotto dalle possibilità di liquidarne una parte mediante la sublimazione. Il lavoro terapeutico può essere ostacolato dal fatto che la libido può rifiutarsi di abbandonare i suoi oggetti, e nella rigidità del narcisismo, non permettere alla traslazione oggettuale di svilupparsi.
Ampliando il discorso Freud ci spiega inoltre che i sogni dei nevritici ci servono come i loro atti mancati e le loro libere associazioni, a scoprire il senso dei sintomi e la collocazione della libido. Essi ci mostrano, sotto forma di appagamenti di desiderio, quali impulsi di desiderio sono caduti in preda alla rimozione e a quali oggetti si è legata la libido sottratta all’Io.

  

PARALLELO MITOLOGICO
CON UNA RAPPRESENTAZIONE OSSESSIVA PLASTICA
1916
Freud racconta i prodotti dell’attività inconscia in un paziente di circa 21 anni non diventano coscienti solo in qualità di pensieri ossessivi, ma anche di immagini ossessive. Le due forme di ossessione possono apparire insieme. Quando il paziente vedeva entrare suo padre nella stanza, si presentava alla sua mente una parola ossessiva e un’immagine ossessiva strettamente congiunte. La parola era “padre-culo” (Vaterarsch) e l’immagine rappresentava il padre come la parte inferiore di un corpo, nuda, provvista di braccia e gambe, ma senza la testa e la parte superiore. I genitali non erano indicati, i tratti del volto erano dipinti sul ventre.
Il soggetto perfettamente sviluppato e di alte aspirazioni morali, aveva praticato nelle forme più diverse un vivace erotismo anale fino a dieci anni.
Egli amava suo padre ma lo riteneva come il campione della gozzoviglia e alla ricerca di godimenti materiali.
La parola Vaterarsch si rivelò presto una maliziosa germanizzazione della parola Patriarch (patriarca). L’immagine ossessiva è una evidente caricatura. Fa venire in mente altre raffigurazione che in segno di disprezzo sostituiscono l’intera persona con un unico organo, per esempio i genitali. Freud a questo punto collega questa immagine con una leggenda greca: mentre cercava la figlia rapita, Demtra era giunta ad Eleusi, ivi era stata ospitata da Disaule e dalla moglie di lui Baubo, ma nella sua profonda afflizione non aveva voluto toccare né cibo né bevande. Al che la sua ospite Baubo le fece ridere alzando improvvisamente la veste e scoprendo il corpo nudo. La discussione di questo aneddoto che probabilmente doveva servire a spiegare un cerimoniale magico di cui non si capiva più il senso si trova nel quarto volume dell’opera di Salomon Reinach (pag.617).




UNA RELAZIONE FRA UN SINTOMO E UN SIMBOLO
1916
Come spiega Freud l’analisi dei sogni aveva dimostrato che il cappello è un simbolo dei genitali maschili. E anche la testa compare come simbolo genitale. L’autore ipotizza quindi che il significato simbolico del cappello derivi da quella della testa, dal momento che il cappello può essere considerato una sorta di testa prolungata ma staccabile. A tale proposito Freud collega tale simbologia ad un sintomo che molto spesso i pazienti nevrotici presentavano e che causava loro continui tormenti: per strada sono incessantemente all’erta per controllare se i loro conoscenti li salutano per primi togliendosi il cappello, o se invece sembrano aspettare il loro saluto. Essi inoltre rinunciano a delle relazioni sociali perché scoprono che alcune persone non le salutano o non le salutano in maniera adeguata. Difficoltà di questo tipo, legate al saluto sono infinite. Freud dice che non si ottengono miglioramenti se si fa notare al paziente che salutare togliendosi il cappello significa abbassarsi di fronte alla persona salutata, e che quindi la loro difficoltà significa che essi non vogliono mostrarsi meno importanti di quel che l’altro può pensare. Il fatto che spiegazioni come questa non esitano risultati, fa ipotizzare a Freud che in essi deve agire un motivo più profondo e meno noto alla coscienza. Dunque la fonte di questa ipersensibilità potrebbe essere facilmente trovata nel rapporto del complesso di evirazione.


ALCUNI TIPI DI CARATTERE
TRATTI DAL LAVORO PSICOANALITICO
1916
In questi tre saggi Freud spiega e descrive come nel corso del lavoro analitico ci si imbatta in particolari tratti caratteriali del paziente, tratti che rappresentano di per sé problemi psicologici importanti.
Il primo saggio mette in rilievo che esistono dei pazienti che si sottraggono alla legge generale della psicoanalisi, infatti partendo dal presupposto che l’analisi impone al paziente delle frustrazioni in quanto mira a fargli abbandonare il principio di piacere per fargli adottare il principio di realtà costituendosi come nuovo processo educativo, tali pazienti si erigono ad “eccezioni”. Dalla sua esperienza clinica Freud ha tratto il convincimento che un atteggiamento di questo genere è dovuto all’azione inconscia di un torto subito nell’infanzia (nella realtà o nella interpretazione di essa). Per compensare e risarcirsi di questo torto viene pretesa una posizione di privilegio.
Nel secondo saggio Freud prende in esame quelle persone che dopo aver perseguito con tenacia una determinata meta, crollano psicologicamente proprio quando conseguono il successo.
Nel terzo saggio Freud prende in considerazione il caso in cui un sentimento di colpa, anziché svilupparsi in seguito al compimento di un’azione vietata, precede questa e anzi la provoca. In forza di un meccanismo automatico e inconscio l’azione proibita (non motivata razionalmente) verrebbe compiuta da questi soggetti per poter attribuire ad essa il proprio interiore senso di colpa, così da non sentirsi più colpevoli per la più antica e più grave, colpa rimossa. La criminologia ad orientamento psicoanalitico ha avuto in questo saggio il suo testo base.

1) LE “ECCEZIONI”
Freud ricorda che il lavoro psicoanalitico si pone il compito di dover indurre il paziente a rinunciare a un conseguimento immediato e diretto di piacere. In particolare al paziente si chiede di rinunciare a quelle soddisfazioni cui consegue inevitabilmente un danno. In altre parole deve passare sotto la guida del terapeuta dal principio di piacere al principio di realtà, il che distingue l’uomo maturo dal bambino. In questo processo il terapeuta non può dire al paziente più di quanto egli riesce a capire da solo. Ma a volte capita di incontrare persone che si ribellano a simili pretese del terapeuta, essi non vogliono cioè rinunciare al piacere immediato, in quanto ritengono di aver già sofferto abbastanza. Questi pazienti credendo di aver già subito un numero sufficiente di privazioni, si considerano in diritto di essere risparmiate da ulteriori pretese, non vogliono più sottoporsi ad alcuna spiacevole necessità poiché si ritengono eccezioni e tali intendono rimanere. Le motivazioni sottostanti possono essere diverse. Freud afferma che nei casi da lui esaminati è stato possibile dimostrare l’esistenza di una particolarità comune nelle prime vicissitudini della loro vita: la loro nevrosi si collegava con una esperienza o una sofferenza vissute nei primi anni dell’infanzia, di cui sapevano di non essere colpevoli e che valutavano come una menomazione della loro persona.

2) Coloro che soccombono al successo

Secondo la psicoanalisi le persone si ammalano di nevrosi in seguito alla frustrazione. Questa riguarda la non soddisfazione dei desideri libidici di un individuo e la parte di personalità che chiamiamo Io, che è l’espressione delle sue pulsioni di autoconservazione e comprende gli ideali della sua personalità. Freud sostiene a questo punto, paradossalmente, che alcune volte le persone si ammalano proprio quando è stato appagato un loro desiderio profondamente radicato e da lungo tempo accarezzato, quasi come non fossero in grado di sopportare la loro felicità. Per Freud, la connessione tra successo e malattia è inequivocabile. Esemplare è il caso di una signora di ottima famiglia ed educazione, che mossa da una pressante voglia di vivere abbandona la casa paterna per girare il mondo in cerca di avventure. Fece la conoscenza di un artista di cui divenne compagna. Dopo anni di convivenza egli voleva prenderla in matrimonio e fu in questo momento che la donna cominciò a star male. Oltre a questo caso Freud ne descrive altri che hanno in comune un a spetto, e cioè che la malattia insorge nel momento in cui è prossimo l’appagamento di un desiderio, fatto che annulla la possibilità di trarne godimento. Queste constatazioni, che apparentemente contraddicono la tesi di base dell’insorgenza della nevrosi, sono facilmente comprensibili se si distingue la frustrazione esterna da quella interna. Se l’oggetto in relazione al quale la libido può trovare soddisfacimento viene a mancare nella realtà, siamo in presenza di una frustrazione esterna. Questa è priva di effetti fino a quando non le si associa una frustrazione interna, che deve provenire dall’Io e deve contrastare alla libido l’accesso ad altri oggetti di cui essa ora cerca di impossessarsi. Solo allora si genera un conflitto e la possibilità di una malattia nevrotica, cioè un soddisfacimento sostitutivo raggiunto indirettamente passando per l’inconscio rimosso.




3) Delinquenti per senso di colpa.

Nella sua esperienza clinica Freud si imbatte in una serie di pazienti che commettono reati comuni quali piccoli furti o truffe durante la terapia. Per Freud questi atti erano motivati da un senso di colpa preesistente la cui origine è individuabile nel complesso edipico. In altri termini il sentimento di colpa nasce come reazione ai due grandi propositi criminosi di uccidere il padre e avere rapporti sessuali con la madre. In confronto a questi due crimini il senso di colpa per fatti minori costituisce certamente un sollievo per l’individuo.

UNA DIFFICOLTA’ PER LA PSICOANALISI
1916

La difficoltà a cui fa riferimento Freud in questo capitolo è di natura affettiva: la psicoanalisi si aliena ai sentimenti del lettore e dell’ascoltatore rendendolo meno disposto a prestarle attenzione. Il tema principale su cui si determina questa chiusura è inerente le “pulsioni”, in particolare la scoperta che le nevrosi sono malattie specifiche della funzione sessuale. La psicoanalisi vuole o vorrebbe istruire l’Io, un Io che non è padrone in casa propria e che per questo non concede benevolenza alla psicoanalisi e continua ostinatamente a non crederle. Ammettere l’esistenza dei processi psichici inconsci significa compiere un passo denso di conseguenze per la scienza e per la vita. Molti filosofi tra cui Schopenhauer avevano posto l’accento sulla volontà inconscia dell’uomo, ma solo la psicoanalisi ha avuto il merito di non limitarsi ad affermazioni astratte. I due principi tanto penosi per il narcisismo, l’importanza della sessualità e la inconsapevolezza della vita psichica, vengono dimostrati mediante un materiale che riguarda personalmente ogni singolo individuo, costringendolo a prendere posizione di fronte a questi problemi. Per questi motivi questa disciplina attira su di sé questa avversione.

Comunicazione, propaganda e controllo delle masse

L'immagine che le persone hanno della psicologia è quella di una disciplina che studia la mente e il comportamento dell'uomo, che trova applicazione negli ambiti della clinica e della salute. In realtà questa è solo una parte di verità. Il corpus di conoscenze della psicologia trova applicazione nei più disparati ambiti della vita quotidiana, nella maggior parte dei casi "a nostra insaputa", e l'ambito di maggiore applicazione è sicuramente quello del marketing, della pubblicità, della comunicazione. Lo sviluppo della psicologia in questi settori ha accompagnato tutto il XX secolo ed ha coinciso con l'evoluzione dei mezzi di comunicazione di massa, permettendo la nascita di una vera e propria scienza: la scienza della "propaganda" moderna. Con questo termine si fa riferimento ad una serie di attività che mettono in relazione due gruppi di persone, uno dei quali ha lo scopo di convincere o indirizzare (in alcuni casi sarebbe opportuno dire manipolare) l'altro verso scelte affini a determinati interessi. Non è un caso infatti che la scienza della propaganda abbia avuto un notevole sviluppo in ambito politico... 
Per avere un'idea di ciò di cui stiamo parlando vi consiglio vivamente di guardare uno splendido documentario dal titolo "The century of the self" (Il secolo del sé) di Adam Curtis. 







 Lettura consigliata: Propaganda - Autore: Edward Bernays

cos'è uno spin doctor?

Lo Spin doctor - la cui traduzione secondo il dizionario della Oxford  University Press suona "persona incaricata di presentare le scelte di un partito politico sotto una luce favorevole" - è una voce che nel corso del novecento è andata assumendo un significato deteriore. Poiché spin è il termine usato nel gioco del baseball per indicare il moto rotatorio o effetto impresso dal lanciatore alla palla, "spin doctor" è definizione che è venuta a indicare l'autore di raggiri o il manipolatore di parole o notizie. Con esso si indicano in politica sempre più spesso i portavoce e i consiglieri degli uomini politici e, a volte, gli stessi uomini politici.
Introduzione storica
Il primo spin doctor della storia è Ivy Lee (soprannominato Poison Ivy per via della sua spiccata capacità di "avvelenare" l'informazione), che nel 1906 pubblica la Dichiarazione dei principi delle pubbliche relazioni (PR). Benché ufficialmente seguisse una linea di onestà e trasparenza, è diventato famoso per aver protetto il magnate John D. Rockefeller dall'accusa di omicidio nel 1914. Rockefeller aveva infatti assoldato alcuni agenti della Guardia del Colorado per sedare uno sciopero: durante l'assalto al campo degli scioperanti rimasero uccise 20 persone. Lee diffuse una versione modificata dei fatti per coprire Rockefeller, dando origine alle moderne tecniche di spin.

Un altro esponente di spicco dello spin è stato Edward Bernays, nipote di Freud, che nel 1928 pubblica L'ingegneria del consenso, nel quale teorizza la pratica dello spin con lucida attenzione. Si distinse per la prima volta nella difesa dell'industria del tabacco nel 1929, durante la quale inventa la figura della femme fatale secondo una semplice equazione: fumo=emancipazione. Molte femministe tutt'oggi ignorano che l'ideale della donna fumatrice emancipata è stato creato a tavolino. Un secondo successo di Bernays fu la campagna a favore dei produttori di bacon statunitensi: le sue idee ebbero un tale successo che ancora oggi la colazione fatta con uova e pancetta è considerata un classico americano. Bernays sviluppò e affinò la tecnica detta "della terza parte", che prevede di rilasciare notizie prodotte da enti/personalità estranee (in apparenza) alla campagna in corso, ma in realtà sapientemente "istruite" su cosa devono dire. Per ironia della sorte uno dei maggiori estimatori di Bernays fu Paul Joseph Goebbels, ministro della propaganda di Hitler, che applicò alla lettera le sue teorie per creare consenso popolare attorno al regime nazista.

Meritano una menzione, nell'analisi del fenomeno, anche: Walter Lippman, autore nel 1922 del libro L'opinione pubblica, in cui critica aspramente la già diffusa abitudine dei governi di manipolare l'informazione; e Daniel Boorstin il quale, nel suo saggio L'immagine sancisce una sostanziale differenza fra quei fatti che lui chiama "creati da Dio" e quelli "creati dall'uomo". Nel 1962 conierà il termine pseudoeventi per definire quegli eventi orchestrati ad arte dai manipolatori dei media per distrarre l'attenzione del pubblico.

Compiti dello spin doctor

I compiti dello spin doctor sono diversificati, ma tutti riconducibili ad una radice comune: "massaggiare il messaggio", cioè estrarre il meglio da qualsiasi situazione in cui sia implicato il suo committente, fornendo ai giornalisti e ai media una versione "aggiustata" di un evento-notizia in veste volta per volta di consigliere per la comunicazione, capo ufficio stampa, portavoce o campaign manager.

1.Lo spin doctor sa gestire una crisi con messaggi o tattiche comunicative ad hoc, specialmente nel settore della politica, nei confronti ad esempio di una decisione impopolare, correggendo e smussando eventuali incaute prese di parola del politico che assiste, e fornendo ai media (e quindi all’opinione pubblica) l’interpretazione sexed up delle esternazioni del soggetto per cui lavora, al fine di evitargli critiche o comunque commenti malevoli.
2.Un'altra attività dello spin doctor è fornire notizie "informali" ai giornalisti, facendole passare per "confidenze" o facendole filtrare come notizie "anonime".
3.Altro compito dello spin doctor è promuovere l’immagine di un soggetto come se fosse un prodotto, utilizzando tecniche di marketing.
4.A volte può succedere di dover "creare" un evento che possa dare interessare e convincere l'opinione pubblica: è il news management, ovvero l'informazione gestita.
Le attività dello spin doctor, quindi, in un certo senso riassumono e per altro verso travalicano gli incarichi del tradizionale addetto stampa e del consulente d’immagine.


La duplice natura dello spin doctor

Lo spin doctor è senza dubbio un professionista, spesso con un curriculum ed un bagaglio culturale notevoli, solitamente proveniente dai ranghi dei consulenti di marketing.
Allo stesso tempo, proprio per la peculiare attività di "massaggiatore" dei messaggi o "creatore" di candidati elettorali (nell'ambito della cd. personalizzazione della competizione elettorale), deve essere indifferente alla verità dei fatti, e per di più essere in grado di manipolare tale verità, rendendola attraente all'occhio del pubblico. Come Giano bifronte, lo spin doctor ha il duplice ruolo di professionista mediatore della comunicazione, e di "genio del male", una specie di ammaestratore di notizie, un regista degli effetti speciali creativo e al tempo stesso bugiardo, sempre comunque coerente con il proprio impegno lavorativo. Lo spin doctor è ad esempio colui che suggerisce alla stampa di non titolare in prima pagina "Aumento delle tasse" ma "Riassetto fiscale".